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CAMINANTE NO HAY CAMINO.  

venerdì 11 maggio 2012 - 10:26:54 - Invia mail a un amico Stampa veloce crea pdf di questa news icona rss


CAMINANTE NO HAY CAMINO.


Todo pasa y todo queda
Pero lo nuestro es pasar,
Pasar haciendo caminos,
Caminos sobre la mar.

Nunca perseguí la gloria,
Ni dejar en la memoria
De los hombres mi canción;
Yo amo los mundos sutiles,
Ingrávidos y gentiles
Como pompas de jabón.

Me gusta verlos pintarse de sol y grana,
Volar bajo el cielo azul,
Temblar súbitamente y quebrarse...
Nunca perseguí la gloria.

Caminante son tus huellas el camino y nada más;
Caminante, no hay camino se hace camino al andar.

Al andar se hace camino
Y al volver la vista atrás
Se ve la senda que nunca
Se ha de volver a pisar.
Caminante no hay camino sino estelas en la mar...

Hace algún tiempo en ese lugar
Donde hoy los bosques se visten de espinos
Se oyó la voz de un poeta gritar
Caminante no hay camino, se hace camino al andar...

Golpe a golpe, verso a verso...
Murió el poeta lejos del hogar
Le cubre el polvo de un país vecino.
Al alejarse, le vieron llorar.
"caminante, no hay camino, se hace camino al andar..."

Golpe a golpe, verso a verso...
Cuando el jilguero no puede cantar
Cuando el poeta es un peregrino,
Cuando de nada nos sirve rezar.
Caminante no hay camino, se hace camino al andar.


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ELECCIONES EN GRECIA.  

giovedì 10 maggio 2012 - 13:30:48 - Invia mail a un amico Stampa veloce crea pdf di questa news icona rss


 

ELECCIONES EN GRECIA.
Resultados definitivos de las elecciones en Grecia

1.- Se produjo un terremoto electoral en Grecia:
-Syriza, una coalición de la izquierda radical se ha convertido en el segundo “partido” en importancia pasando del 4% en elecciones precedentes (2009) al 16,6% de los votos, con lo que pasa de 13 diputados a 52.
-El Partido Socialista (PASOK) ha perdido 2/3 de los votos obtenidos en 2009 porque desde el gobierno implemento todas la medidas de austeridad recomendadas por la Troïka (el FMI, el BCE, la Comisión europea), así que ha pasado de tener el 44% al 13,9% de los votos y de 160 a 41 diputados, habiendo perdido 119.
-Nueva Democracia, el partido principal de la derecha, es el primero en estas elecciones pero también ha perdido una cantidad enorme de votos ya que ha pasado del 33,5% al 19,20%. Sin embargo en cuanto a número de diputados ha progresado porque según la ley el primer partido recibe una prima de 50 diputados!
-Alba Dorada, un partido neo nazi ha entrado en el parlamento por primera vez. Partiendo casi de la nada ha obtenido el 7 % de los votos y 21 diputados.
-El Partido Comunista KKE progresa ligeramente, pasando del 7,5% al 8,4% y pasa de 21 a 26 diputados.
-Izquierda Democrática -DIMAR- (una escisión de Syriza producida en 2010-2011) ha obtenido el 6 % de los votos y 19 diputados.
- Los Verdes no alcanzan el umbral necesario del 3 % para poder entrar en el Parlamento, al igual que el partido de la extrema derecha Laos que, de este modo, paga muy cara su participación en el gobierno, teniendo en cuenta que había conseguido 17 diputados en las últimas elecciones.
-Antarsya (coalición de extrema izquierda) se queda con un 1,1 %.

A la izquierda del PASOK tendríamos Syriza + PC (KKE) + DIMAR + Antarsya con 97 escaños (cantidad provisoria) en lugar de los 34 escaños de 2009.
En la extrema derecha Alba Dorada tiene 21 escaños en lugar de los 17 que Laos perdio.

2.- Comentarios totalmente parciales: el resultado de los neo nazis es muy preocupante (véase el análisis del contexto, que evoluciona rápidamente, por Yorgos Mitralias http://www.cadtm.org/spip.php?page=imprimer&id_article=7899 )

El resultado de Syriza es muy positivo ya que esta coalición anunció como propuestas/reivindicaciones: la suspensión inmediata del pago de la deuda griega durante 3 a 5 años, la anulación de las medidas de austeridad impuestas desde 2010, la ruptura de los acuerdos con la Troica, la nacionalización de varios grandes bancos privados… Muchos diputados de Syriza apoyan activamente la auditoría ciudadana de la deuda griega (de los cuales Sofia Sakorafa). Syriza es el primer partido en todas las grandes ciudades y en la generación de los 18-35 años. Veremos si Syriza mantiene esta orientación después de haber tenido este gran éxito electoral. Lo que es muy alentador es que una parte importante del electorado (en las grandes ciudades Syriza está a la cabeza) ha apoyado propuestas radicales. El futuro nos dirá si Syriza se mantendrá a la altura de este formidable sostén popular.


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IL PARADOSSO.  

giovedì 10 maggio 2012 - 13:25:19 - Invia mail a un amico Stampa veloce crea pdf di questa news icona rss


IL PARADOSSO.

Il paradosso del nostro tempo nella storia è che abbiamo edifici sempre più alti, ma moralità sempre più basse, autostrade sempre più larghe, ma orizzonti sempre più ristretti.Spendiamo di più, ma abbiamo meno, comperiamo di più, ma godiamo meno. Abbiamo case più grandi e famiglie più piccole, più comodità, ma meno tempo. Abbiamo più istruzione, ma meno buon senso, più conoscenza, ma meno giudizio, più esperti, e ancor più problemi, più medicine, ma meno benessere. Beviamo troppo, fumiamo troppo, spendiamo senza ritegno, ridiamo troppo poco, guidiamo troppo veloci, ci arrabbiamo troppo, facciamo le ore piccole, ci alziamo stanchi, vediamo troppa tv, e preghiamo di rado.
Abbiamo moltiplicato le nostre proprietà, ma ridotti i nostri valori. Parliamo troppo, amiamo troppo poco, e odiamo troppo spesso. Abbiamo imparato come guadagnarci da vivere, ma non come vivere. Abbiamo aggiunto anni alla vita, ma non vita agli anni.Siamo andati e tornati dalla Luna, ma non riusciamo ad attraversare la strada per incontrare un nuovo vicino di casa. Abbiamo conquistato lo spazio esterno, ma non lo spazio interno. Abbiamo creato cose più grandi, ma non migliori. Abbiamo pulito l'aria, ma inquinato l'anima. Abbiamo dominato l'atomo, ma non i pregiudizi.Scriviamo di più, ma impariamo meno. Pianifichiamo di più, ma realizziamo meno. Abbiamo imparato a sbrigarci, ma non ad aspettare.Costruiamo computers più grandi per contenere più informazioni, per produrre più copie che mai, ma comunichiamo sempre meno. Questi sono i tempi del fast-food e della digestione lenta grandi uomini e piccoli caratteri, ricchi profitti e povere relazioni. Questi sono i tempi di due redditi e più divorzi, case più belle ma famiglie distrutte. Questi sono i tempi dei viaggi veloci, dei pannolini usa e getta, della moralità a perdere, delle relazioni di una notte, dei corpi sovrappeso e delle pillole che possono farti fare di tutto,dal rallegrarti al calmarti, all'ucciderti. E' un tempo in cui ci sono tante cose in cucina e niente in magazzino. Un tempo in cui la tecnologia può farti arrivare questa lettera, e in cui puoi scegliere di condividere queste considerazioni con altri, o di cancellarle. Ricordati di spendere del tempo con i tuoi cari ora, perchè non saranno con te per sempre. Ricordati di dire una parola gentile a qualcuno, che ti guarda dal basso in soggezione,perchè quella piccola persona presto crescerà e lascerà il tuo fianco. Ricordati di dare un caloroso abbraccio alla persona che ti sta a fianco, perchè è l'unico tesoro che puoi dare con il cuore e non costa nulla. Ricordati di dire "vi amo" ai tuoi cari, ma soprattutto pensalo. Un bacio e un abbraccio possono curare ferite che vengono dal profondo dell'anima. Ricordati di tenerle le mani e godi di questi momenti, perchè un giorno quella persona non sarà più lì. Dedica tempo all'amore, dedica tempo alla conversazione, e dedica tempo per condividere i pensieri preziosi della tua mente.
(George Carlin)


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STATUTO DELL’UOMO  

giovedì 10 maggio 2012 - 11:15:09 - Invia mail a un amico Stampa veloce crea pdf di questa news icona rss


 

STATUTO DELL’UOMO

1. È decretato che adesso vale la Verità, adesso vale la Vita, e mano nella mano, marceremo tutti per la vita vera.
2. È decretato che tutti i giorni della settimana, compresi i martedì più grigi, hanno diritto di convertirsi in mattinate domenicali.
3. È decretato che, a partire da questo istante, ci saranno girasoli in tutte le finestre, che i girasoli avranno diritto di aprirsi anche nell’ombra; e che le finestre dovranno rimanere, per l’intero giorno, aperte sul verde dove cresce la speranza.
4. È decretato che l’uomo non dovrà mai più avere dubbi sull’uomo. Che l’uomo avrà fiducia nell’uomo come la palma ha fiducia nel vento, come il vento ha fiducia nell’aria, come l’aria ha fiducia nel campo azzurro del cielo.Paragrafo unico: L’uomo confiderà nell’uomo come un bambino confida in un altro bambino.
5. È decretato che gli uomini siano liberi dal giogo della menzogna. Non ci sarà più bisogno di usare la corazza del silenzio né l’armatura delle parole. L’uomo si siederà alla tavola con il suo sguardo puro, perché la Verità sarà servita prima degli antipasti.
6. È stabilita che, per dieci secoli, il lupo e l’agnello mangeranno insieme e il cibo di entrambi avrà lo stesso sapore dell’aurora. Proprio come sognato dal profeta Isaia.
7. Per decreto irrevocabile è stabilito il regno permanente della giustizia e della chiarezza, e l’allegria sarà una bandiera generosa per sempre spiegata nell’anima del popolo.
8. È decretato che il maggior dolore sempre fu e sempre sarà il non poter dare amore a chi si ama, sapendo che è l’acqua che dà alla pianta il miracolo del fiore.
9. È permesso che il pane di ogni giorno abbia nell’uomo il segno del suo sudore. Ma che soprattutto abbia sempre il caldo sapore della tenerezza.
10. È permesso a qualsiasi persona in qualsiasi momento della vita, l’uso dell’abito bianco.
11. Si decreta che l'uomo, per definizione, è un animale che ama, e che per questo motivo è bello, molto più bello che la stella del mattino.
12. Si decreta che niente sarà imposto né proibito, tutto sarà permesso, compreso il giocare con i rinoceronti e camminare la sera con una immensa begonia all’occhiello della giacca.Paragrafo unico: Solo una cosa sarà proibita: amare senza Amore.
13 È decretato che il denaro non potrà mai più comprare il sole delle mattine future. Espulso dal grande baule della paura, il denaro si trasformerà in una spada fraterna per difendere il diritto di cantare e la festa per il giorno che è arrivato.
Articolo Finale. È proibito l’uso della parola libertà, la quale sarà soppressa dai dizionari e dal pantano ingannatore delle bocche. Da questo momento la Libertà sarà viva e trasparente, come un fuoco o un fiume, e la sua abitazione sarà sempre il cuore dell’uomo.
(Thiago De Mello)


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SOGNARE ?  

giovedì 10 maggio 2012 - 10:02:15 - Invia mail a un amico Stampa veloce crea pdf di questa news icona rss


SOGNARE ?

Sognare? Che direste se delirassimo per un istante?Puntiamo lo sguardo oltre l’infamia, per indovinare un altro mondo possibile: l’aria sarà pulita da tutto il veleno che non venga dalla paure umane e dalle umane passioni; nelle strade, le automobili saranno schiacciate dai cani; la gente non sarà guidata dall'automobile, non sarà programmata dai computer, né sarà comprata dal supermercato, né osservata dalla televisione; la televisione cesserà d’essere il membro più importante della famiglia e sarà trattato come una lavatrice o un ferro da stiro; la gente lavorerà per vivere, invece di vivere per lavorare; ai codici penali si aggiungerà il Delitto di Stupidità che commettono coloro che vivono per avere e guadagnare, invece di vivere unicamente per vivere, come il passero che canta senza saper di cantare e come il bimbo che gioca senza saper di giocare; in nessun paese verranno arrestati i ragazzi che rifiutano di compiere il servizio militare; gli economisti non paragoneranno il livello di vita a quello di consumo, né paragoneranno la qualità della vita alla quantità delle cose; i cuochi non crederanno che alle aragoste piaccia essere cucinate vive; gli storici non crederanno che ai paesi piaccia essere invasi; i politici non crederanno che ai poveri piaccia mangiare promesse; la solennità non sarà più una virtù, e nessuno prenderà sul serio chiunque non sia capace di prendersi in giro; la morte e il denaro perderanno i loro magici poteri, e né per fortuna né per sfortuna, la canaglia si trasformerà in virtuoso cavaliere; nessuno sarà considerato eroe o tonto perché fa quel che crede giusto invece di fare ciò che più gli conviene; il mondo non sarà più in guerra contro i poveri, ma contro la povertà, e l’industria militare sarà costretta a dichiararsi in fallimento; il cibo non sarà una mercanzia, né sarà la comunicazione un affare, perché cibo e comunicazione sono diritti umani; nessuno morirà di fame, perché nessuno morirà d’indigestione; i bambini di strada non saranno trattati come spazzatura, perché non ci saranno bambini di strada; i bambini ricchi non saranno trattati come fossero denaro, perché non ci saranno bambini ricchi; l’educazione non sarà il privilegio di chi può pagarla; la polizia non sarà la maledizione di chi non può comprarla; la Giustizia e la Libertà, gemelli siamesi condannati alla separazione, torneranno a congiungersi, ben aderenti, schiena contro schiena; una donna nera, sarà presidente del Brasile e un’altra donna nera, sarà presidente degli Stati Uniti d’America; una donna india governerà il Guatemala e un’altra il Perù; in Argentina, le pazze di Plaza de Mayo saranno un esempio di salute mentale, poiché rifiutarono di dimenticare nei tempi dell’amnesia obbligatoria; la Santa Chiesa correggerà gli errori delle tavole di Mosè, e il sesto comandamento ordinerà di festeggiare il corpo; la Chiesa stessa detterà un altro comandamento dimenticato da Dio: “Amerai la natura in ogni sua forma”; saranno riforestati i deserti del mondo e i deserti dell’anima; i disperati diverranno speranzosi e i perduti saranno incontrati, poiché costoro sono quelli che si disperarono per il tanto sperare e si persero per il tanto cercare; saremo compatrioti e contemporanei di tutti coloro che possiedono desiderio di giustizia e desiderio di bellezza, non importa dove siano nati o quando abbiano vissuto, giacche' le frontiere del mondo e del tempo non conteranno più nulla; la perfezione continuerà ad essere il noioso privilegio degli dei; pero', in questo mondo semplice e fottuto ogni notte sarà vissuta come se fosse l’ultima e ogni giorno come se fosse il primo.
(Eduardo Galeano)


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LA TERCERA CRISIS DEL CAPITALISMO  

mercoledì 09 maggio 2012 - 08:38:34 - Invia mail a un amico Stampa veloce crea pdf di questa news icona rss


LA TERCERA CRISIS DEL CAPITALISMO

La actual crisis del capitalismo dio sus primeras señales en los Estados Unidos en el 2007 y ya hizo aparecer en el Brasil signos de incertidumbre.


El sistema es un gato de siete vidas. En el siglo pasado enfrentó dos grandes crisis: la primera a comienzos del siglo XX, en los orígenes del imperialismo, al pasar del dejar hacer (liberalismo económico) a la concentración del capital por parte de los monopolios. La guerra económica por la conquista de mercados condujo a la bélica: la Primera Guerra Mundial. Y acabó en una “salida” hacia la izquierda: la Revolución Rusa de 1917.

En 1929 se dio una nueva crisis, la Gran Depresión. En un abrir y cerrar de ojos miles de personas perdieron sus empleos, quebró la Bolsa de Nueva York, se extendió la recesión durante un largo período, afectando a todo el mundo. Pero esta vez la “salida” fue hacia la derecha: el nazismo. Y como consecuencia la Segunda Guerra Mundial.

¿Y ahora qué?

Esta tercera crisis se diferencia de las anteriores. Y es sorprendente por varios aspectos: los países que antes componían la periferia del sistema (Brasil, China, India, Indonesia) están mejor que los metropolitanos. Este año el crecimiento de los países latinoamericanos debe superar al de los EE.UU. y al de Europa. En esta parte del mundo son mejores las condiciones para el crecimiento de la economía: salarios en alza, desempleo a la baja, crédito abundante y reducción de las tasas de interés.

En los países ricos se acentúan el déficit fiscal, el desempleo (en la Unión Europea hay 24.3 millones de desempleados), el endeudamiento de los Estados. Y en Europa parece que la historia -para quien ya vio esta película en América Latina- está siendo repetida: el FMI pasa a administrar las finanzas de los países, intervino en Grecia y en Italia, y quizá dentro de poco en Portugal, y Alemania, como acreedora, logra lo que Hitler intentó por las armas: imponer a los países de la zona del euro las reglas del juego.

Hasta ahora no hay salida para esta tercera crisis. Todas las medidas tomadas por los EE.UU. son paliativas y Europa todavía no ve la luz al final del túnel. Incluso se puede agravar todo con la ya anunciada desaceleración del crecimiento de China y la consecuente reducción de sus importaciones. Para la economía brasileña sería drástico.

El comercio mundial ya se redujo un 20 %. Y se da una progresiva desindustrialización de la economía, que está afectando al Brasil. Lo que, por otro lado, sustenta las ganancias de las empresas es que ellas operan por ahora tanto en la producción como en la especulación. Y, a través de los bancos, promueven la financiación del consumo. ¡Viva la vida! Hasta que la pelota estalle y la insolvencia se propague como la peste.

La “salida” de esta tercera crisis ¿será por la izquierda o por la derecha? Temo que la humanidad se encuentre bajo dos graves riesgos; el primero ya es obvio: los cambios climáticos. Producidos incluso por la pérdida del valor de uso de los alimentos, ahora sujetos al valor de compra establecido por el mercado financiero.

Se está dando una creciente reprimerización de las economías de los llamados emergentes. Países como Brasil retornan en el tiempo y vuelven a depender de las exportaciones de commodities (productos agrícolas, petróleo y mineral de hierro, cuyos precios son determinados por las transnacionales y por el mercado financiero).

En este esquema global, ante el poder de las gigantescas corporaciones transnacionales, que controlan desde las semillas transgénicas hasta los venenos agrícolas, el latifundio brasileño pasa a ser el eslabón más débil.

El segundo peligro es la guerra nuclear. Las dos crisis anteriores tuvieron en las grandes guerras sus válvulas de escape. Ante el desempleo masivo, nada como la industria bélica para emplear trabajadores desocupados. Hoy día hay miles de artefactos nucleares guardados por todo el mundo. E incluso hay minibombas nucleares, con precisión para destrucciones focalizadas, como en Hiroshima y Nagasaki.

Estamos a tiempo para rechazar la anticipación del apocalipsis y reaccionar. Para buscar una salida al sistema capitalista, intrínsecamente perverso, hasta el punto de destinar miles de millones a fin de salvar el mercado financiero y de dar la espalda a los millones de seres humanos que sufren entre la pobreza y la miseria.

Lo que nos queda, pues, es organizar la esperanza y crear, a partir de una amplia movilización, alternativas viables que lleven a la humanidad, tal como se reza en la celebración eucarística, “a repartir los bienes de la Tierra y los frutos del trabajo humano”.

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El Gobierno activa una orden del anterior gabinete para frenar el biodiésel argentino  

venerdì 20 aprile 2012 - 18:41:46 - Invia mail a un amico Stampa veloce crea pdf di questa news icona rss


 

El Gobierno activa una orden del anterior gabinete para frenar el biodiésel argentino

Santamaría celebra la decisión de la Eurocámara de pedir sanciones contra Argentina

El Gobierno ha anunciado que mañana entrará en vigor la orden de asignación del biodiesel elaborada por el anterior Ejecutivo para frenar la entrada en España de este tipo de carburante que venga de Argentina. Esta medida, que ya había sido adelantada desde el gabinete de Mariano Rajoy a mediados de semana, es la primera que plantea el Gobierno para responder a la decisión del Ejecutivo de Cristina Fernández de Kirchner de nacionalizar YPF a través de la expropiación del 51% de su capital estaba en poder de Repsol.

Esta orden, que llevaba en el cajón desde octubre de 2010, establece un sistema para la protección de la industria nacional frente a las importaciones de terceros países. Según el último anuario de Aduanas, Argentina exportó a España más de 430.000 toneladas de biodiesel, lo que supone el 53% del total de las importaciones españolas de este producto. En los últimos años, las compras de estos productos a Argentina han pasado de 90 a 700 millones de euros, lo que supuso la práctica totalidad de los 706 millones de euros en productos químicos que entraron desde el país suramericano, según datos de la Secretaría de Estado de Comercio.

Frente al carburante que llega del país latinoamericano y de Indonesia, el segundo importador en volumen, el medio centenar de plantas de refirno españolas aporta menos de un quinto del suministro. Según datos del sector, trabajan a un 14% de su capacidad. La razón de ello es que ambos países aplican un sistema de tasas diferenciales a la exportación (TDE) con las que gravan en menor medida el biodiésel que las materias primas utilizadas para su fabricación, según APPA, la asociación que agrupa a los productores españoles. Con ello, tienen una ventaja competitiva artificial estimada en más de 100 euros por tonelada de biodiésel.

El sector, precisamente, criticó en su momento que el Gobierno había pospuesto la entrada en vigor de la orden por las presiones del Ejecutivo de Argentina. Los biocombustibles son el principal producto que inclina la balanza comercial entre España y Argentina a favor de esta última, ya que arroja un déficit de 946 millones, según los últimos datos del Instituto Español de Comercio Español (ICEX) correspondientes al ejercicio 2011. Las importaciones españolas de productos argentinos sumaron 1.770 millones de euros, frente a las exportaciones que ascendieron a 824 millones de euros.

Los productos químicos —fundamentalmente biocombustibles—, hortofrutícolas y pescados y mariscos son los principales productos importados por España del país austral. Por contra, Buenos Aires compra a Madrid tecnología industrial, productos químicos y productos para la industria auxiliar.
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Junto al anuncio de la entrada en vigor de la orden, que hoy será firmada por el ministro de Industria, José Manuel Soria, y mañana se publicará en el BOE; la vicepresidenta, Soraya Sáenz de Santamaría, ha celebrado la resolución de la Eurocámara en la que también se piden medidas contra Argentina. No obstante, ha lamentado que “algunos” no hayan dado su respaldo a estas decisiones.

La resolución ha recibido el voto en contra de Los Verdes/Alianza Libre Europea e Izquierda Unitaria, mientras el grupo socialista ha mostrado su disconformidad con el punto relativo a la solicitud de medidas contra las exportaciones argentinas a la UE. "Deberán ellos explicar por qué han votado en contra de actuaciones directas y claras de defensa de nuestros intereses en el exterior", ha matizado la vicepresidenta. En realidad, el texto no se ha votado de forma separada por puntos, sino que se ha sometido a la opinión de los eurodiputados en su conjunto, donde los socialistas han votado a favor pese a que no comparten la exigencia de estas medidas con el argumento de que podrían ampliar el conflicto.

Santamaría también ha destacado el respaldo recibido, además de la UE, de Estados Unidos y “amplío apoyo” de los países de Iberoamérica. Según ha añadido, “la principal afectada por este tipo de actuaciones es la comunidad internacional”, por lo que ha destacado que defender los intereses de Repsol y a sus accionistas equivale a apoyar “la seguridad jurídica de las inversiones en el mundo”.

Santamaría ha recordado que Argentina acumula 48 denuncias ante el Centro Internacional de Arreglo de Diferencias Relativas a Inversiones (CIADI), de las que 24 continúan abiertas. De las que ya han incluido, sin embargo, solo ha perdido tres casos. Asimismo, la vicepresidenta ha quitado peso a la situación actual de España, presionada en los mercados y bajo una dura crisis económica, en que también grandes potencias como EE UU, Alemania, Italia o Francia han llevado al país a los organismos internacionales de arbitraje por “incumplimientos generalizados” de la legalidad y de sus compromisos.

Con vistas al futuro se ha mostrado confiada en que en más ámbitos del espectro diplomático se tomen medidas como la suspensión de una reunión bilateral entre la UE y Argentina esta misma semana o la resolución de la Eurocámara.

"El Gobierno seguirá buscando medidas y acciones de naturaleza diplomática en todos los foros porque eso es nuestra obligación, proteger los intereses de los españoles porque muchos son pequeños accionistas en esa empresa", ha añadido.


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PAUL KRUGMAN  

venerdì 20 aprile 2012 - 11:17:40 - Invia mail a un amico Stampa veloce crea pdf di questa news icona rss


PAUL KRUGMAN

L'economista premio Nobel vuole la fine della moneta unica, secondo Repubblica.

Il giorno dopo sulla fuoriuscita dell’Italia dall’euro e il ripudio del debito Repubblica riprende un editoriale di Paul Krugman, originariamente pubblicato dal NY Times, titolandolo “L’Europa può salvarsi se si libera dall’euro”.

Una scelta molto forzata, visto che il pezzo originale si chiamava “Il suicidio economico dell’Europa”.

LA TESI DI KRUGMAN – Paul Krugman è un premio Nobel assurto a fama mondiale da quando ha iniziato a scrivere editoriali sul New York Times. Grazie alla sua attività pubblicistica Krugman è diventato il più autorevole intellettuale liberal degli Stati Uniti, posizione rafforzata dalla sua credibilità accademica in campo economico. Krugman rivendica la sua formazione keynesiana, ed è sempre stato critico con risposte economiche “liberiste” alla grande crisi iniziata con il crollo di Lehman Brothers. In particolare l’editorialista del NY Times ha sempre criticato le politiche troppo restrittive delle banche centrali, e la cosiddetta teoria dell’austerità espansiva – rivendicata spesso da Giavazzi e Alesina sul Corriere della Sera – che postula una ripresa economica basata su tagli di spesa pubblica. Krugman ritiene invece che sia necessario l’esatto contrario per colmare il gap di output causato dalla recessione. Una visione prettamente keynesiana che contesta l’impostazione ideologica che ha caratterizzato le politiche economiche degli ultimi decenni, anche quelle implementate in questi anni di Lesser Depression. Come sottolinea spesso Krugman, nel lungo periodo Keynes è sempre vivo.

L’ERRORE DI REPUBBLICA – E’ sicuramente vero che il premio Nobel per l’economia sia il primo, e più autorevole, esponente nel dare una legittimità alla fuoriuscita dall’euro come risposta alla crisi. Ma Krugman, nell’articolo intitolato “Il suicidio economico dell’Europa”, evidenzia in realtà un paradosso. Le politiche dell’austerità di marca tedesca, ovvero la Berlino di Angela Merkel e la Francoforte della BCE, sono così disastrose che condurranno l’Europa alla catastrofe. Ecco perché tanto vale ragionare anche su una fuoriuscita dalla moneta unica, che sarebbe ugualmente catastrofica, come nota con vis polemica l’accademico di simpatie democratiche. Krugman non è nuovo a prese di posizioni molto forti e provocatorie. Questo stile l’ha reso famosissimo, amato dai suoi fan così come disprezzato dai suoi detrattori. Anche con Obama l’editorialista del NY Times era stato molto critico, perché aveva aspramente contestato la sua proposta di stimolo economico, da lui giudicata come ampiamente insufficiente.

BCE ED EURO NEL MIRINO – Per valutare le critiche di Krugman bisogna inoltre anche considerare che l’economista ha criticato la formazione della moneta unica sin dalla sua nascita. Secondo lui l’euro non avrebbe potuto sopravvivere a contrazioni economiche molto marcate, perché si sarebbero ripetute le crisi dei paesi in via di sviluppo che avevano la loro valuta agganciata al dollaro. Per Krugman l’euro è una moneta troppo apprezzata per i paesi in crisi, che avrebbero bisogno di una svalutazione competitiva per rilanciarsi e aggiustare i loro prezzi reali ai livelli più bassi determinati dalla recessione. Questo non è possibile per l’area euro, e la strategia deflazionaria perseguita dall’austerità, soprattutto in fase di non crescita a livello mondiale, aumenta il costo reale del debito, una situazione di strangolamento dei paesi in crisi. La descrizione di Krugman si è oggettivamente dimostrata piuttosto corretta se si valuta quanto successo in Grecia o in Spagna.

QUALE ALTERNATIVA – Il premio Nobel per l’Economia ha sempre contestato la narrazione tedesca della crisi, ovvero che la recessione nell’area euro fosse stata generata da un eccesso di debito negli anni recenti. Una narrazione che è forse pertinente per l’Italia, ma che certo non vale molto per la Spagna, che fino al 2007 aveva raggiunto un avanzo di bilancio. Per Krugman sarebbe essenziale ridurre l’attuale deficit delle partite correnti all’interno dell’area euro, che favorisce gli Stati del Nord e penalizza quelli del Sud, tramite interventi pubblici che possano rilanciare la crescita nelle aree economicamente depresse. Un trasferimento di risorse tipico degli Stati Uniti e che caratterizzò il New Deal di Roosevelt. Altrettanto essenziale sarebbe per Krugman modificare i compiti della BCE, che non dovrebbe contrastare solamente l’inflazione ma stimolare anche la crescita e l’occupazione. Simili tesi sono riprese nel programma di François Hollande, mentre mancano in Beppe Grillo. La vera tesi dell’economista è dunque che senza una vera alternativa l’Europa rischia il crollo, e che per salvare l’intera costruzione della UE questa svolta si deve palesare velocemente.


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"DIAZ" MORTE ACCIDENTALE DI UNA DEMOCRAZIA.  

giovedì 19 aprile 2012 - 12:53:12 - Invia mail a un amico Stampa veloce crea pdf di questa news icona rss


"DIAZ" MORTE ACCIDENTALE DI UNA DEMOCRAZIA.


Quel che "Diaz" non dice
Un film che riporta l’attenzione sulle barbarie commesse dalla polizia tra il 21 e 22 luglio 2001, un “colpo allo stomaco” che trascura però le responsabilità politiche di quanto avvenuto. Lorenzo Guadagnucci, giornalista e una delle vittime delle giornate cilene – nel film è il personaggio interpretato da Elio Germano – ci dice la sua sulla pellicola del regista Vicari che tanto sta facendo discutere.

Ho visto il film “Diaz” e mi è venuta in mente “Morte accidentale di un anarchico”, la pièce teatrale di Dario Fo sull’omicidio di Pino Pinelli. In un passaggio memorabile, verso la fine del testo, i personaggi discutono degli effetti che potrebbe avere sulla polizia lo scandalo dovuto alla scoperta che dietro le bombe esplose in varie città d'Italia si celano malefatte dello stato e depistaggi. Uno dei personaggi, la Giornalista, dice testualmente: “Io credo che uno scandalo del genere servirebbe a dar prestigio alla polizia. Il cittadino avrebbe la sensazione di vivere in uno stato migliore, con una giustizia un po’ meno ingiusta”. E poi un altro personaggio, il Matto: “Al cittadino medio non interessa che le porcherie scompaiano. No, a lui basta che vengano denunciate, scoppi lo scandalo e che se ne possa parlare... Per lui quella è la vera libertà e il migliore dei mondi, alleluia!”. E ancora la Giornalista: “Lo scandalo, anche quando non c’è, bisognerebbe inventarlo, perché è un mezzo straordinario per mantenere il potere e scaricare le coscienze degli oppressi”.

Ho pensato a questo passaggio perché “Diaz” colloca il suo racconto nell’arco di poche ore, fra il 21 e il 22 luglio 2001, e gioca tutte le sue carte, sul piano emotivo e della comunicazione, sul brutale pestaggio alla scuola Diaz, concedendo una coda per seguire uno dei personaggi nella caserma-carcere di Bolzaneto, luogo di maltrattamenti e torture, ma non offre elementi di fatto – come già fatto notare da Vittorio Agnoletto – sulle responsabilità operative e politiche di quanto avvenuto e sulla scelta compiuta negli anni seguenti dal vertice di polizia e dai responsabili politici, una scelta di legittimazione e copertura degli abusi e delle menzogne, anziché di ripudio, come l’etica democratica comanderebbe.

Il rischio è evidente: diventa difficile capire le ragioni che hanno portato alle violenze e ancor più difficile comprendere quale sia l’importanza odierna di quei fatti: sono un evento storico utile per “fare memoria” o riguardano l’attualità, il nostro futuro? Lo scandalo, se resta nel vago, non rischia d’essere una mera valvola di sfogo?

Il regista ha spiegato di aver fatto una precisa scelta: da cineasta ha voluto mostrare la terribile caduta dello stato di diritto avvenuta fra la scuola e la caserma-carcere, lasciando agli spettatori il compito di cercare nomi, risposte, spiegazioni. E agli attivisti il compito di proseguire la battaglia.
Il cuore del film è dunque la descrizione delle violenze, che finora nessuno aveva mostrato: non esistono fotografie né video su quanto accaduto dentro la Diaz e a Bolzaneto. Solo uno dei 93 malcapitati della Diaz, Christian Mirra, ha raccontato in una storia a fumetti la sua vicenda, offrendo così la prima rappresentazione grafica della macelleria – molto italiana, più che messicana – messa in atto nella scuola di via Battisti.

Il film, se avrà successo, se il “pugno allo stomaco” provato dai primi spettatori si trasformerà in passaparola, potrebbe riuscire nell’impresa di riproporre all’attenzione pubblica il “caso Genova G8”, o almeno il “caso Diaz”. Ma difficilmente il gruppo dirigente della polizia di stato e il ceto politico che lo difende (con viltà ormai bipartisan), accetteranno di entrare nella discussione. Sono riusciti a evitarlo quando i dirigenti di polizia sono stati chiamati in causa nome per nome e condannati in tribunale, si ripeteranno di fronte a uno “scandalo” che si ferma alla messa in scena delle violenze. Taceranno probabilmente anche il Massimo D'Alema che a caldo parlò di “notte cilena”, la Rosy Bindi che testimoniò vicinanza a Vittorio Agnoletto la mattina del 22 luglio, il Gianclaudio Bressa ottimo relatore fra 2006 e 2007 del progetto di istituire una commissione d'inchiesta (poi bocciato dal voto). La strategia del silenzio è la più efficace, quando c'è qualcosa da nascondere o una posizione poco difendibile da mantenere. E non saranno i grandi media a imporre la questione all'ordine del giorno.

Dietro l'angolo c'è dunque – nel migliore dei casi – uno scandalo del tipo indicato da Dario Fo ormai quarant’anni fa, con la gente che prova indignazione, si contorce nella sofferenza suscitata da certe immagini, percepisce quanto sia stata grave, e incompatibile con un regime democratico, la condotta della polizia di stato a Genova, ma tutto finisce lì. Magari con la sensazione – come dice la Giornalista nella “Morte accidentale” – di vivere in uno stato migliore, perché di certe cose è possibile parlare, dimenticando qual è il vero scandalo, e cioè che tutti, ma proprio tutti, i responsabili dell’operazione Diaz – dall’ultimo dei picchiatori, al più importante dei dirigenti – sono stati confermati ai loro posti, con i più alti in grado oggi impegnati in ruoli addirittura più elevati. E senza che lo stato, nella persona di un ministro, di un premier, dello stesso presidente, abbia mai avvertito la necessità di chiedere scusa alle vittime dirette degli abusi e – soprattutto – all’insieme della cittadinanza.

A ben vedere, lo scandalo è già stato neutralizzato e assimilato all’epoca delle clamorose sentenze di secondo grado (nel 2010), che hanno portato alle condanne non solo di decine di agenti e funzionari di basso livello, ma anche degli altissimi dirigenti, di rango nazionale, che hanno partecipato all’operazione Diaz: stiamo parlando dei massimi responsabili dei servizi operativi e investigativi. Queste condanne sono un fatto che non ha precedenti in Italia e forse in Europa, eppure non hanno portato a niente. L’intero arco parlamentare ha incredibilmente ribadito la propria fiducia nei dirigenti condannati, e il capo della polizia, così come ministri e primi ministri hanno potuto ignorare non solo i fatti storici ma anche l’esito delle inchieste e il giudizio dei tribunali.

Insomma, lo scandalo si è consumato, le coscienze si sono scaricate (la giustizia dopotutto ha fatto il suo corso), e “il prestigio della polizia è cresciuto”, in attesa che la Cassazione, a metà giugno, rimetta le cose a posto, come ebbe a dire il sottosegretario Alfredo Mantovano all'indomani delle condanne in appello: “Sono ragionevolmente convinto”, disse, “che la Cassazione ristabilirà l’esatta proporzione di ciò che è successo e scioglierà ogni ombra su fior di professionisti della sicurezza che oggi si trovano in questa situazione”.

Un film come “Diaz” sarebbe stato utile una decina d’anni fa, con le inchieste in corso e alcune vie d’uscita ancora aperte verso una decente credibilità democratica delle istituzioni. I fatti all’epoca erano già noti, le successive inchieste li hanno solo confermati.
Forse nel 2002, mostrarli, rendere evidente che il corpo speciale impiegato alla Diaz si prese il rischio di uccidere qualcuno durante la perquisizione, sarebbe servito ad alimentare una discussione seria e a concentrare l’attenzione sulla catena di comando all’interno della polizia e sul contesto politico nel quale vanno collocati gli scempi di Genova G8.

Nel 2012, con tutto ciò che nel frattempo è avvenuto, fermarsi alla descrizione delle violenze, senza raccontare quanto quell’abuso di potere sia stato aggravato, significa ignorare gli aspetti a questo punto più importanti. Il boicottaggio delle inchieste da parte della polizia di stato, il rifiuto opposto dagli altissimi dirigenti imputati di presentarsi in tribunale per rispondere alle domande dei pm, il mancato ripudio delle violenze e delle menzogne, le promozioni ottenute a inchieste in corso, sono tutti fatti che hanno portato a infimi livelli la credibilità degli attuali vertici di polizia.

Allo stesso modo, rimanendo sfumato il contesto nel quale il blitz alla Diaz si colloca – la straordinaria e coinvolgente mobilitazione genovese, il tragico fallimento della gestione dell’ordine pubblico –, nel film restano oscure le motivazioni che portarono al blitz. La perquisizione non fu decisa allo scopo di prendere un determinato gruppo di appartenenti al Blocco nero, ma per eseguire un congruo numero di arresti e ottenere un recupero in termini di immagine per la polizia di stato, raggiungendo anche un obiettivo politicamente interessante, ossia eseguire quegli arresti non in un posto qualsiasi fra i tanti possibili, ma nel quartier generale del Genoa social forum, appunto la scuola Diaz. Sono punti che sono stati messi in chiaro, il primo, dal vice capo della polizia dell’epoca, Ansoino Andreassi, che ha testimoniato in tribunale (guadagnandosi l’ostracismo del vertice di polizia); il secondo dallo stesso Silvio Berlusconi, il quale nella conferenza stampa finale – mostrata alla fine del film – annuncia che nella sede del Genoa social forum (lui lo chiama Global forum) sono stati arrestati appartenenti al Black Bloc, mentre il Gsf aveva negato qualsiasi relazione col Blocco nero.

Per tutte queste ragioni, alla fine, concordo col giudizio espresso dal critico Paolo Mereghetti sul Corriere della Sera, che ha trovato limitante – sintetizzo così il suo pensiero – la scelta del regista di fermarsi al racconto delle violenze, senza spingersi sul terreno delle responsabilità, “cancellando teorie, complotti – scrive Mereghetti – ma anche ‘giustificazioni’ e spiegazioni. [...] Alla fine le immagini lasciano un senso di incompiutezza, che non bastano le didascalie finali a riempire”.

A questo punto toccherebbe a noi, ai cittadini, ai movimenti, all'associazionismo, al giornalismo indipendente, cambiare il corso degli eventi, ma temo che in questo disastrato paese, anche per il “caso Diaz” ci apprestiamo all’avveramento della profezia di Dario Fo: un po’ di scandalo, un po’ di indignazione e una nebbia fitta intorno ai luoghi di massimo potere. Alleluia.


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LA PERDIDA DELL'OLFATO  

giovedì 19 aprile 2012 - 12:42:20 - Invia mail a un amico Stampa veloce crea pdf di questa news icona rss



LA PERDIDA DELL'OLFATO

Quando il fascismo stava per finire, nel novembre 1944, un giornalista americano che conosceva bene l'Italia, Herbert Matthews, scrisse un articolo molto scomodo, sul mensile Mercurio diretto da Alba De Céspedes. S'intitolava "Non lo avete ucciso", e ci ritraeva, noi italiani e i nostri nuovi politici, incapaci di uccidere la bestia da cui in massa eravamo stati sedotti. Una vera epurazione era impossibile, soprattutto delle menti, dei costumi.

Troppo vasti i consensi dati al tiranno, i trasformismi dell'ultima ora. Matthews racconta un episodio significativo di quegli anni. Quando il governo militare alleato volle epurare l'Università di Roma, una delegazione del Comitato di liberazione nazionale (Cln) chiese che la riorganizzazione fosse compiuta da due membri di ciascun partito: «In altre parole, una politica di partito doveva essere introdotta nel dominio dell'alta cultura: il che, mi sembra, è fascismo bello e buono». Il giornalista conclude che la lotta al fascismo doveva durare tutta la vita: «È un mostro col capo d'idra, dai molti aspetti, ma con un unico corpo. Non crediate di averlo ucciso».

L'idra è tra noi, anche oggi. Nasce allo stesso modo, è il frutto amaro e terribile di mali che tendono a ripetersi eguali a se stessi e non vengono curati: come se non si volesse curarli, come se si preferisse sempre di nuovo nasconderli, lasciarli imputridire, poi dimenticarli. È uno dei lati più scuri dell'Italia, questo barcollare imbambolato lungo un baratro, dentro il quale non si guarda perché guardarlo significa conoscere e capire quel che racchiude: la politica che non vuol rigenerarsi; i partiti che non apprendono dai propri errori e si trasformano in cerchie chiuse, a null'altro interessate se non alla perpetuazione del proprio potere; la carenza spaventosa di una classe dirigente meno irresponsabile, meno immemore di quel che è accaduto in Italia in più di mezzo secolo.

E tuttavia distinguere si può, si deve: altrimenti prepariamoci alle esequie della politica. Ci sono uomini e partiti che si sono opposti e s'oppongono alla degenerazione, e ce ne sono che coscientemente hanno scommesso sul degrado. C'è la Costituzione, che protegge la politica e chi ne ha vocazione: compresi i partiti, che al caos oppongono l'organizzazione. Il molle non è equiparabile al colluso con la mafia, il mediocre non è un criminale. La politica è oggi invisa, ma a lei spetta ricominciare la Storia. I movimenti antipolitici denunciano una malattia che senz'altro corrode dal di dentro la democrazia, ma non hanno la forza e neanche il desiderio di governare.

Chi voglia governare non può che rinobilitarla, la politica. Se questo non avviene, se i partiti si limitano a denunciare l'antipolitica, avranno mancato per indolenza e autoconservazione l'appuntamento con la verità. Non avranno compreso in tempo l'essenziale: sono le loro malattie a suscitare i pifferai-taumaturghi (l'ultimo è stato Berlusconi). Il paese rischia di morire di demagogia, dice Bersani, ma questa morte è un remake: vale la pena rifletterci sopra.

Guardiamola allora, questa politica sempre tentata dai remake. Non è solo questione di corruzione finanziaria, o del denaro pubblico dato perché i partiti non siano prede di lobby e che tuttavia è solo in piccola parte speso per opere indispensabili (il resto andrebbe restituito ai cittadini: questo è depurarsi). La corruzione è più antica, ha radici nelle menti e in memorie striminzite.

Matthews denuncia lottizzazioni partitiche già nel '44. Un'altra cosa che smaschera è il ruolo della mafia nella Liberazione. Anche quest'idra è tra noi.

È lunga, la lista dei mali via via occultati, e spesso scordati. L'AntiStato che presto cominciò a crearsi accanto a quello ufficiale, e divenne il marchio comune a tante eversioni: mafiose, brigatiste, della politica quando si fa sommersa. Un AntiStato raramente ammesso, combattuto debolmente. E le stragi, a Portella della Ginestra nel '47 e a partire dal '69: restate impunite, anonime.

L'ultima infamia risale alla sentenza sull'eccidio di Brescia del '74, sabato scorso: tutti assolti. È un conforto che Monti abbia deciso che spetta allo Stato e non alle vittime pagare 38 anni di inchieste e processi: l'ammissione di responsabilità gli fa onore. Poi la P2: una «trasversale sacca di resistenza alla democrazia», secondo Tina Anselmi. Berlusconi, tessera 1816 della Loggia, entrò in politica per attuare il controllo dell'informazione e della magistratura previsto nel Piano di Rinascita democratica di Gelli. Le mazzette a politici e giornalisti si chiamano, nel Piano, «sollecitazioni».

È corruzione anche la sordità a quel che i cittadini invocano da decenni, nei referendum. Nel '91 votarono contro una legge elettorale che consentiva ai partiti di piazzare nelle liste i propri preferiti. Nel '93 chiesero l'abbandono del sistema proporzionale, che in Italia aveva dilatato la partitocrazia. Il 90.3 per cento votò nel '93 contro il finanziamento pubblico dei partiti. I referendum sono stati sprezzati, con sfacciataggine. Il finanziamento è ripreso sostituendo il vocabolo: ora si dice rimborso. Da noi si cambia così: migliorando i sinonimi, non le leggi e i costumi.

Ma soprattutto, sono spesso svilite le battaglie dell'Italia migliore (antimafia, anticorruzione). Bisogna cadere ammazzati come Ambrosoli, Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino, per non finire nel niente. Le commemorazioni stesse sono subdole forme di oblio. Si celebra Ambrosoli, non la sua lotta contro Sindona, mafia, P2. Disse di lui Andreotti, legato a Sindona: «È una persona che se l'andava cercando ». Fu ascoltato in silenzio, e non possiamo stupirci se l'ex democristiano Scajola, nel 2002, dirà parole quasi identiche su Marco Biagi, reo d'aver chiesto la scorta prima d'essere ucciso: «Era un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza». Ci sono cose che, una volta dette, ti tolgono il diritto di rappresentare l'Italia.

Viene infine la dimenticanza pura, che dissolve come in un acido persone italiane eccelse. Tina Anselmi è un esempio. Gli italiani sanno qualcosa della straordinaria donna che guidò la commissione parlamentare sulla P2? È come fosse già morta, ed è commovente che alcuni amici la ricordino. Tra essi Anna Vinci, autrice di un libro di Chiarelettere sulla P2. Con Giuseppe Amari, la scrittrice ha appena pubblicato Le notti della democrazia, in cui la tenacia di Tina è paragonata a quella di Aung San Suu Kyi. Altro esempio: Federico Caffè, fautore solitario di un' economia alternativa ai trionfi liberisti, di rado nominato. Un mattino, il 15-4-87, si tolse di mezzo, scomparve come il fisico Majorana nel '38. Anosognosia è la condizione di chi soffre un male ma ne nega l'esistenza: è la patologia delle nostre teste senza memoria.

La letteratura è spesso più precisa dei cronisti. Nel numero citato di Mercurio è evocato il racconto che Moravia scrisse nel '44: L'Epidemia. Una malattia strana affligge il villaggio: gli abitanti cominciano a puzzare orribilmente, ma in assenza di cura l'odorato si corrompe e il puzzo vien presentato come profumo.
Quindici anni dopo, Ionesco proporrà lo stesso apologo nei Rinoceronti. La malattia svanisce non perché sanata, ma perché negata: «Possiamo additare una particolarità di quella nazione come un effetto indubbio della pandemia: gli individui di quella nazione, tutti senza distinzione, mancano di olfatto ». Non fanno più «differenza tra le immondizie e il resto».

Ecco cosa urge: ritrovare l'olfatto, anche se «è davvero un vantaggio» vivere senza. Altrimenti dovremo ammettere che preferiamo la melma e i pifferai che secerne, alla «bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità, e quindi della complicità». Il profumo che Borsellino si augurò e ci augurò il 23 giugno '92, a Palermo, pochi giorni prima d'essere assassinato.


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DORMIR CON LOS OJOS ABIERTOS.  

martedì 17 aprile 2012 - 10:26:25 - Invia mail a un amico Stampa veloce crea pdf di questa news icona rss


DORMIR CON LOS OJOS ABIERTOS.

Dormir con los ojos abiertos



Observé bien a Obama en la famosa “reunión Cumbre”. El cansancio a veces lo vencía, cerraba involuntariamente los ojos, pero en ocasiones dormía con los ojos abiertos.

En Cartagena no se reunía un sindicato de Presidentes desinformados, sino los representantes oficiales de 33 países de este hemisferio, cuya amplia mayoría demandan respuestas a problemas económicos y sociales de gran trascendencia que golpean a la región del mundo con más desigualdad en la distribución de las riquezas.

No deseo adelantarme a las opiniones de millones de personas, capaces de analizar con profundidad y sangre fría los problemas de América Latina, el Caribe y el resto de un mundo globalizado, donde unos pocos lo tienen todo y los demás no poseen nada. Llámese como se llame, el sistema impuesto por el imperialismo en este hemisferio está agotado y no puede sostenerse.

En un futuro inmediato la humanidad tendrá que enfrentar, entre otros problemas, los relacionados con el cambio climático, la seguridad y la alimentación de la creciente población mundial.

Las lluvias excesivas están golpeando tanto a Colombia como a Venezuela. Un análisis reciente revela que, en marzo de este año, en Estados Unidos se produjeron calores 4,8 grados Celsius más altos que el promedio histórico registrado. Las consecuencias de esos cambios bien conocidos en las capitales de los principales países europeos, engendran problemas catastróficos para la humanidad.

Los pueblos esperan de los dirigentes políticos respuestas claras a esos problemas.

Los colombianos, donde tuvo lugar la desprestigiada Cumbre, constituyen un pueblo laborioso y sacrificado que necesita como los demás la colaboración de sus hermanos latinoamericanos, en este caso, venezolanos, brasileños, ecuatorianos, peruanos, y otros capaces de hacer lo que los yankis con sus armas sofisticadas, su expansionismo, y su insaciable apetencia material no harán jamás. Como en ningún otro momento de la historia será necesaria la fórmula previsora de José Martí: “¡Los árboles se han de poner en fila, para que no pase el gigante de las siete leguas! Es la hora del recuento, y de la marcha unida, y hemos de andar en cuadro apretado, como la plata en las raíces de los Andes.”

Muy lejos del brillante y lúcido pensamiento de Bolívar y Martí están las palabras masticadas, edulcoradas y machaconamente repetidas del ilustre premio Nobel, dichas en una ridícula gira por los campos de Colombia y que escuché ayer en horas de la tarde. Servían solo para rememorar los discursos de la Alianza para el Progreso, hace 51 años, cuando todavía no se habían cometido los monstruosos crímenes que azotaron este hemisferio, donde nuestro país luchó no solo por el derecho a la independencia, sino el de existir como nación.

Obama habló de entrega de tierras. No dice cuánta, ni cuándo, ni cómo.

Las transnacionales yankis jamás renunciarán al control de las tierras, las aguas, las minas, los recursos naturales de nuestros países. Sus soldados debieran abandonar las bases militares y retirar sus tropas de todos y cada uno de nuestros territorios; renunciar al intercambio desigual y el saqueo de nuestras naciones.

Tal vez la CELAC se convierta en lo que debe ser una organización política hemisférica, menos Estados Unidos y Canadá. Su decadente e insostenible imperio se ha ganado ya el derecho a descansar en paz.

Pienso que las imágenes de la Cumbre debieran conservarse bien, como ejemplo de un desastre.

Dejo a un lado los escándalos provocados por la conducta que se atribuye a los miembros del Servicio Secreto, encargados de la seguridad personal de Obama. Tengo la impresión de que el equipo que se ocupa de esa tarea se caracteriza por su profesionalidad. Fue lo que observé cuando visité la ONU y ellos atendían a los Jefes de Estado. Sin duda que lo han protegido de quienes no habrían vacilado en actuar contra él por prejuicios raciales.

Ojalá Obama pueda dormir con los ojos cerrados aunque sea unas horas sin que alguien le endilgue un discurso sobre la inmortalidad del cangrejo en una Cumbre irreal

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